OMELIA ASSEMBLEA DIOCESANA

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Stemma Vescovile

(Concattedrale Patti, 9 ottobre 2019)

1. La nostra Chiesa diocesana questa sera si ritrova, ancora una volta, unita per vivere l’eucaristia e rendere grazie a Cristo  Signore, il  Pastore bello,  per tutti i doni di grazia che egli, nel suo infinito amore elargisce a coloro che lo seguono.  Essa guidata dallo Spirito desidera, ancora una volta, porsi in atteggiamento di ascolto orante della Parola per trarre feconde indicazione per il cammino di fede che è chiamata a percorrere.

            La Parola di Dio ascoltata ci esorta ad accogliere l’invito di Dio per essere nella storia quotidiana sale e luce evangelica.

            La prima lettura presenta la conclusione del libro di Giona che inizia con la preghiera nella quale egli esprime la sua indignazione perché Dio ha pietà del popolo. Ciò che per Dio è motivo di gioia e fonte della decisione di non infierire sulla città di Ninive, è invece per Giona motivo di tristezza e di indignazione. La conversione dei niniviti non fa che riaprire in lui il dramma che era alla base del suo rifiuto di predicare la fine di Ninve.  Giona si lascia prendere dalla tentazione di risolvere tutto con i ragionamenti umani e legge ogni evento in base alle sue convinzioni, si sdegna anche perché secca una pianta di ricino che non lui, ma Dio ha fatto crescere. Dio, allora, gli rivolge la domanda: «Ti sembra giusto di essere sdegnato per una pianta di ricino? Ti sdegni per un pianta per la quale non hai fatto nulla per farla crescere? Ed io non dovrei avere pietà per la città di Ninive dove vi sono centoventimila persone?». La domanda rivolta al profeta è in realtà rivolta a noi perché riconosciamo che in un mondo privato dal “ricino della grazia” di Dio non è possibile vivere.     Ogni credente ha bisogno di sperimentare la misericordia del Creatore. Certamente essa risulta a volte provocatoria e in certo senso scandalosa, poiché costringe a pensare in maniera differente non soltanto Dio, ma anche il suo modo di manifestare la sua giustizia.

            2. Facendo tesoro di queste indicazioni come cristiani siamo chiamati ad essere profeti innanzitutto  dell’amore di Dio per la città degli uomini; dobbiamo annunziarlo a tutti gli uomini, per  indicare sempre un cammino di umanizzazione, dobbiamo annunciare il messaggio cristiano che è sempre a servizio dell’uomo e della città. Tutto questo però va fatto con lo stile cristiano, con umiltà, con dolcezza, con spirito di comunione, senza accenti che escludono o giudicano. Certo facciamo l’esperienza a volte della solitudine, come  Giona era solo, ma se siamo significativi, se siamo capaci di profezia, di parlare a nome di Dio, saremo innanzitutto fedeli alla vocazione ricevuta, sapremo comunicare messaggi che generano fiducia e speranza in chi incontriamo. L’immagine che accompagna il nostro cammino pastorale quest’anno è quella del sale e della luce. «Il sale non ha sapore per sè, nessuno mangia il sale; è importante perché sciogliendosi esalta il sapore del cibo. La luce non illumina se stessa, non splende per sè, ma per illuminare i volti e le cose. La lampada non è messa sul candelabro per essere ammirata. Ma per fare luce a quelli di casa.

            L’umiltà del sale e della luce  consiste nel fatto che non attirano l’attenzione su di sé, non si mettono al centro, ma valorizzano ciò che incontrano. Così deve essere l’umiltà della Chiesa, dei discepoli del Signore, che non devono orientare l’attenzione su di sé, ma sul pane e sulla casa, sugli uomini e le donne che incontrano nel loro cammino. C’è come un movimento discendente, come un perdersi della luce sulle cose e del sale dentro di esse, del lievito nella massa. Movimento di incarnazione continua» (Ermes Ronchi).

            3. Ecco cosa attendono le nostre comunità, le nostra città, che noi usciamo dal nostro individualismo personale ed ecclesiale e ci impegniamo ad indicare orizzonti di vita evangelici. Continueremo ad “abitare a Ninive”, nelle nostre città, ma annunciando l’amore, la misericordia di Dio, vivendo in compagnia degli uomini con fiducia, con speranza, tentando di amare e accettando di essere amati. Oggi vi crisi di solidarietà perchè vi è un forte deficit di amore e di umanità. Se le nostre comunità non sanno dare ragioni di vita e di speranza significa che hanno  perso il sapore evangelico; se non sono capaci di emanare la luce di Dio non aiutano a rendere bella e luminosa la vita delle persone attraverso un cammino di umanizzazione e di fede.

            Per realizzare questo esaltante programma di testimonianza profetica, perché evangelica, abbiamo tutti bisogno di stare uniti a Gesù, dialogare con Lui con la preghiera che dona luce agli occhi e gioia al cuore. Dobbiamo fare nostra la domanda del discepolo che nel brano del vangelo di oggi rivolge a Gesù «Signore insegnaci a pregare?».  L’evangelista Luca non dice il nome del discepolo, ma dice un discepolo. Quel discepolo può essere ciascuno di noi, possono essere le nostre comunità ecclesiali.

«Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni il Battezzatore ha insegnato ai suoi discepoli»: questa è la domanda che anche noi, oggi, rivolgiamo al Signore Gesù, ascoltando in risposta la sua catechesi sulla preghiera.

            4. La richiesta dei discepoli nasce dal vedere Gesù in preghiera: nel deserto, nella notte, al mattino presto egli preserva tenacemente il tempo essenziale per nutrire la relazione con Dio che lo ha mandato e che gli dà la forza per vivere al servizio suo e degli uomini. Luca è l’evangelista che insiste maggiormente sulla preghiera di Gesù, collegandola ai momenti salienti della sua vita. La preghiera ci mette in contatto con il Padre celeste, con Cristo e con lo Spirito santo. Gesù stesso c’insegna a pregare: ci dà una formula di preghiera che contiene tutta la sostanza della nostra relazione. Ecco perché egli risponde ai discepoli ammaestrandoli con il «Padre nostro», «sintesi di tutto il vangelo» (Tertulliano). Il Pater – che oggi ascoltiamo nella versione di Luca – più che una formula sono parole che devono riscaldare il cuore e trasformare l’esistenza per vivere in atteggiamento di filiale confidenza con Dio.

            Il Padre Nostro è tutto un insegnamento che Gesù ci dà. Noi dovremmo approfondirlo, cercare di capirlo meglio e accogliere nel nostro cuore i desideri che esso esprime e che devono diventare i nostri desideri più profondi.

            La nostra Chiesa realizzerà il sogno di essere comunità profetica che testimonia il sapore evangelico e la luce della fede, solo se mantiene viva al suo interno il desiderio di crescere nel dialogo con Dio attraverso la preghiera.

            Ogni nostra iniziativa, se non è preceduta dalla preghiera, fa fatica a portare i frutti sperati. La preghiera sintonizza la nostra vita con Dio e ci rende attenti alle esigenze della comunità e dei fratelli con uno sguardo sapienziale che si ottiene nel colloquio con Dio. 

Per questo chiedo a tutte le Comunità, all’inizio dell’anno pastorale, un ritiro spirituale proposto a tutti gli operatori pastorali della  comunità, per continuare il cammino ecclesiale nel segno delle fede orante.

«Abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera ‒ scrive papa Francesco ‒  per chiedere a Lui di affascinarci. Abbiamo bisogno d’implorare ogni giorno, di chiedere la sua grazia perché apra il nostro cuore freddo e scuota la nostra vita tiepida e superficiale» (Francesco, E.G. n. 264).

            Se prescindiamo da questo impegno di testimonianza, correremmo il rischio di diventare presenza ecclesiale insipida e spenta.

            5. Cari Fratelli e sorelle, in questa eucaristia,  avverto dal profondo del cuore il bisogno per dirvi grazie per il servizio generoso alla nostra Chiesa. Ai tanti fedeli laici, ai confratelli presbiteri, alle consacrate, ai Seminaristi e a quanto a vario titolo svolgono ministeri e servizi ecclesiali. 

            A tutti sento il bisogno di esortavi ad intensificare l’ascolto orante della Parola per riscoprirci ogni giorno Chiesa unita al Signore e protesa al servizio. Solo se ci impegniamo per il Vangelo sapremo essere convincenti e coinvolgenti, soggetti credibili perché non annunciamo noi stessi, ma il Signore Gesù.

            Continuiamo il nostro cammino desiderosi di essere sempre più Chiesa guidata dallo Spirito del Risorto, capace di promuovere il discernimento orante per restare fedeli a Dio e all’uomo e per crescere nella carità vicendevole. Ascoltiamo la sua voce: è Lui la nostra forza, il motivo della nostra speranza, il segreto della nostra perseveranza.

            Maria SS., la Madre del Bell’Amore, tanto venerata nella nostra Chiesa, ci prenda per mano e ci guidi a testimoniare il Vangelo lungo le strade dei fratelli e delle sorelle che incontriamo nel nostro cammino perché attraverso le nostre opere risplenda la luce di Dio nel mondo. Amen!

+ Guglielmo, Vescovo