L’omelia di Mons. Cesare Di Pietro, vescovo Ausiliare di Messina per la festa di Santa Febronia

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Monsignor Di Pietro

Testo dell’omelia di S. E. Mons. Cesare Di Pietro, Vescovo Ausiliare di Messina in occasione della festa di Santa Febronia

(Basilica Cattedrale San Bartolomeo, Domenica 28 luglio 2019) 

Venerato Fratello e Amico Guglielmo, Vescovo di questa Santa Chiesa di Dio che è in Patti, amati Confratelli Presbiteri e Diaconi, carissimi Seminaristi, Consacrati e Consacrate, gentili Autorità civili e militari, Fratelli e Sorelle nel Signore,

la Comunità ecclesiale pattese è indissolubilmente legata, fin dagli inizi del IV secolo, alla luminosa ed eroica testimonianza di fede della Vergine e Martire Santa Febronia, che vi onorate giustamente di annoverare quale insigne Concittadina e di venerare quale celeste Patrona.

A un onore così raro deve corrispondere un adeguato senso di responsabilità, che l’odierna Festa deve aiutarci a ravvivare. Perché ciò avvenga, vorremmo carpire da Febronia il segreto della sua vita spirituale, della sua trasparenza verginale e della sua fermezza nel donarsi a Dio, mediante la consacrazione religiosa, fino alle estreme conseguenze di un sanguinoso martirio. Un martirio che avvenne durante la tremenda persecuzione dei cristiani ordinata dall’imperatore Diocleziano nell’anno 303, che alcuni storici hanno paragonato, per la sua crudeltà e violenza e per aver fatto seguito alle altre persecuzioni dei primi tre secoli del cristianesimo, al botto finale dei giochi di artificio.

Lo chiediamo alla nostra Santa con confidenza di amici: “Febronia, insegnaci quale fu – e quale dev’essere, anche oggi, per noi cristiani del 2019 – il tuo segreto interiore, il motore del tuo agire quotidiano, la molla dei tuoi slanci di fede e di amore a Cristo e ai fratelli”. È la stessa confidenza con cui un discepolo si rivolse a Gesù, come abbiamo appena ascoltato nel Vangelo di questa XVII Domenica del Tempo Ordinario, chiedondogli: “Signore, insegnaci a pregare!”.

E Febronia, sulle orme del suo e nostro Maestro e Signore, ci ripete: “La preghiera non è tutto, ma senza la preghiera niente vale, perché senza Dio non possiamo fare nulla”. La mentalità contemporanea vorrebbe indurci, invece, a rimuovere Dio dall’orizzonte della nostra esistenza personale e collettiva, come se fosse l’ostacolo principale della nostra libera affermazione o il nemico della nostra felicità. Al contrario, Santa Febronia ci fa riscoprire sempre più quanto sia vero ciò che ha esclamato una volta Papa Benedetto XVI: “Solo dove Dio è grande, l’uomo è grande!”, facendo eco a San Giovanni Paolo II, che esortando i papaboys alla GMG di Czestochowa, nel 1991, ebbe a dire: “Se Dio non c’è, tu, o uomo, davvero potrai esserci?”.

La preghiera è un’esigenza insopprimibile dell’animo umano. Forse non c’è nessuno che, in qualche momento e in qualunque forma, non ne senta il bisogno: non per un processo di alienazione, ma con sincerità. A questa esigenza umana Gesù, come anche Febronia, rende testimonianza pregando e offre la sua risposta insegnando a pregare.

Nella preghiera che Egli ci insegna e che Santa Febronia ha fatto sua costantemente, c’è una parola che tutta la riassume e la qualifica. È la prima, alla quale l’evangelista Luca non aggiunge altri appellativi: Padre. Quella stessa parola che concludeil commento di Gesù alla sua proposta di preghiera. Solo allora al nome aggiunge gli attributi che ci sono familiari: il Padre vostro del cielo. “Padre”: il riferimento a Lui è il pensiero dominante lungo tutto il corso dell’esistenza terrena di Gesù. È la parola più ricorrente sulle sue labbra, dalla prima rivelazione a Maria e Giuseppe quando lo ritrovano nel tempio, all’ultimo respiro sulla Croce. Facendocelo conoscere, gli preme, soprattutto, suscitare in noi la certezza che Egli ci ama (cf. Gv 16,27) perché siamo suoi figli, proprio grazie a Lui, a Cristo: figli di Dio in Lui, il Figlio. E la preghiera che ci ha insegnato è, innanzi tutto, confidenza di figli. A pensarla e a volerla così, ci induce oggi Santa Febronia, che contempliamo filialmente abbandonata all’amore e alla volontà del Padre celeste, a costo di subire l’ira funesta e l’atroce supplizio da parte del proprio padre terreno.

Anche l’umanissimo dialogo tra Abramo e Jawhè, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, è una pagina colma di una fede ingenua e audace al tempo stesso, sia per il modo di rappresentare Dio sia per il modo con cui descrive il comportamento di Abramo. Un Dio umanizzato che consente a trattare. La fede che lo immagina così lo descrive come può, ma ne ha intuito l’Amore. E c’è un uomo che l’ingenuità rende sapiente e audace, come sapiente e audace fu la verginità di Santa Febronia, non ripiegata sulla sterile difesa della propria innocenza, ma protesa alla conquista positiva del sollecito affetto verso tutti, dell’intuizione creativa nel cogliere i bisogni spirituali e materiali della sua gente di ieri e di oggi, della carità senza riserve. L’audacia di Abramo è umile, perché avverte la sproporzione tra ciò che chiede e ciò che egli sente di valere. E quella che sembra una tattica è solo la sconfinata fiducia del povero che non si stanca di supplicare perché non sa né vuole pretendere: Abramo, “nostro padre nella fede” (Canone Romano), è colui che“ebbe fede sperando contro ogni speranza” (Rm 4,18). Non è forse così anche Febronia, non orgogliosa delle prerogative di agiatezza familiare, delle chances che le offrivano la sua bellezza e la sua posizione sociale, né tanto meno delle vette raggiunte nel cammino di fede, ma consapevole del molto che le era richiesto, perché molto le era stato dato da Dio, dalla vita, dalla Chiesa. Ecco la duplice percezione da cui dobbiamo lasciarci sempre gestire: il molto che ci è dato e il molto che ci è chiesto.

Ed eccola all’opera, la vostra – e nostra – Febronia, in un’assidua e accorata intercessione presso il Trono del Dio giusto e misericordioso, soprattutto a vantaggio di voi pattesi in circostanze altrettanto drammatiche di quelle che, nel racconto genesiaco, stavano per abbattersi su Sodoma e Gomorra. Tra queste, ricordiamo la liberazione dalla peste nel XVI secolo e dalla tirannia di Ascanio Anzalone nel 1656 e la protezione della popolazione in occasione dei devastanti terremoti del 1693, del 1908 e del 1978.

La preghiera che Gesù ci ha insegnato deve ispirare, nei contenuti e nelle intenzioni, ogni preghiera cristiana, anche quelle che esprimiamo al Signore per intercessione di Santa Febronia con la stessa fiducia dei nostri padri. Nel segno del pane quotidiano domandiamo le risorse materiali e spirituali necessarie alla vita di ogni giorno, per non essere vinti dall’angoscia di chi ha fame e per non venir consumati dall’infelicità di chi non è mai sazio. Domandiamo, in modo particolare,il lavoro, fonte di dignitàper i padri e le madri di famiglia e condizione indispensabile perché i giovani possano realizzare le proprie aspirazioni e contribuire alla costruzione di un futuro prospero per la nostra terra, evitando di emigrare in massa e di privare, così, la nostra società delle sue migliori energie e di spopolare interi paesi di antica tradizione. Questo atavico problema sociale interpella la responsabilità di tutti, perché l’avidità di alcuni non impedisca la riuscita di molti. Santa Febronia si lascia ancora coinvolgere dalle nostre richieste, le fa sue, partecipa con passione a tutte queste nostre storie di pane, di notti, di amici, di povertà. Si fa mendicante con noi, come l’amico che dice all’amico: “Non ho nulla da mettere davanti al mio amico”. In nome dell’amicizia con ciascuno di noi, bussa, nelle nostre notti di povertà, al Cuore del suo amico Gesù per avere tre pani da donarci, oltre al pane materiale: il pane della Parola, il pane dell’Eucarestia e il pane della fraternità. Intreccia le sue richieste e le sue lacrime con quelle dei suoi devoti, fino a dire al Signore: le loro sono richieste mie, sono lacrime mie.Ma ci ricorda pure, con parole sue, quanto diceva Bonhoeffer, che Dio esaudisce sempre, ma non le nostre domande, bensì le sue promesse.

A questo riguardo, il brano evangelico di oggi termina con una chiara affermazione di Gesù: “Quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!”. Preghiera autentica è chiedere Dio a Dio. Scrive Meister Eckhart, celebre teologo tedesco del medioevo: “Dio non può che dare se stesso. Non può dare nulla che sia meno di se stesso. Ma dandoci se stesso, Dio ci dà tutto”. E Febronia visse sempre animata, come una vela al vento, dal soffio dello Spirito Santo.

Dio è perdono e perciò, nella preghiera di Gesù, il perdono lo chiediamo per averlo e per donarlo. Siamo consapevoli di essere “cattivi”, di non meritare il perdono del Padre, ma di non poterne fare a meno, perché – come scriveva Léon Bloy – “c’è una sola tristezza, quella di non essere santi”. In cambio, Lui ci chiede il nostro perdono verso chi ci ha offeso o fatto del male. Non è cosa da poco: costa fatica e, a volte, sembra inutile o assurdo. Ma, proprio per questa via, raggiunge più efficacia in noi quel perdono che domandiamo. Santa Febronia, imitando Cristo che perdonò i suoi persecutori ed uccisori, fu chiamata a perdonare il suo stesso padre secondo la carne, dal quale avrebbe dovuto ricevere soltanto affetto e tenerezza. Il testo paolino della seconda lettura vuole ridestare in noi la coscienza che non siamo solo seguaci di Cristo, ma viviamo in Lui. Se non ci fosse Cristo, saremmo dei “morti”: inutilmente vivi o incapaci di vita vera, perché disumanizzati dalla sete di ritorsione e di vendetta. Ma Dio, che ci ha fatto rinascere con Lui, ci renda capaci, per intercessione e sull’esempio di Santa Febronia, di inchiodare alla Croce del Signore ogni nostra inutile rivendicazione, di far circolare l’amore nel Corpo mistico di Cristo, nelle vene del mondo, nell’intimità delle nostre case, di dissipare ogni forma di mafiosità e di violenza e di diventare strumenti di riconciliazione e di comunione fraterna.

L’ultima domanda del “Padre nostro” è quella che più sta a cuore a Cristo: la nostra fedeltà di figli. Abbiamo incominciato chiamandolo “Padre”. Da veri devoti di Santa Febronia, ci conceda la grazia di non tradirlo. Come la preghiera quotidiana, così sempre sia la vita a dirgli: “Padre!”, a rispondergli “Amico!, perché Gesù ci chiama cosìe chiede che l’avventura umana, come la preghiera, sia una storia d’amicizia.

Se uno di voi ha un amico”: così inizia la parabola evangelica di oggi. Se uno di voi ha un amico con la ‘A’ maiuscola, che è Cristo – ci ripete Santa Febronia – non potrà non dire “Ogni uomo è mio fratello, è mio amico”. E contribuirà a rendere questo nostro mondo logoro e invecchiato sempre più giovane, bello e pieno di vita.

Auguri e buona Festa a tutti voi! Santa Febronia, prega per noi!

                                                           + Cesare Di Pietro

                                   Vescovo Ausiliare di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela