Per Lei passò tutto il popolo - Lettera Pastorale

III. La Speranza

12. “Forse perché non c’erano sepolcri in Egitto ci hai portato a morire nel deserto? Che hai fatto portandoci fuori dall’Egitto?”.
Così gridarono gli Israeliti quando giunsero al Mar Rosso e, levando gli occhi, videro che dietro di loro stava sopraggiungendo Faraone e il suo esercito.
Davanti il mare, dietro l’esercito.
Non sapendo ancora che il Signore stava per aprire loro una strada nel mare, si videro senza scampo.
Fratelli e sorelle carissimi, dietro le domande e gli atteggiamenti degli operatori pastorali, rivedo, talvolta, lo smarrimento degli Israeliti. E, in verità, analoga alla loro è la nostra situazione.
Davanti a noi la Settimana della Fraternità con le sue domande: Cosa è? Sapremo realizzarla? Come andrà? Cosa produrrà? Davvero potrà cambiare in meglio il volto della nostra Chiesa?
Alle spalle il rimpianto dei bei tempi andati; tempi che la nostalgia tinge d’oro, giocando tiri birboni.
Davanti la paura del futuro.
Mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose, indifferenza religiosa, consumismo, secolarismo, pluralismo culturale e religioso delineano un abisso e la fine della fede nelle nostre comunità avanza foscamente incombente a tutto travolgere, affossare, perdere nella palude dell’impotenza.
Non è così!
Noi siamo testimoni e soggetti di un vento di grazia!
Noi non siamo sopravvissuti di una disfatta!
Lo stesso Signore che ci ha messo in cammino, sta per aprirci un itinerario nuovo.
È l’itinerario lungo il quale Egli continuerà a plasmare la Chiesa, che è sua da sempre, e la renderà santa e immacolata, senza macchia né ruga.
La Settimana della Fraternità, infatti, non è la meta, ma una tappa, un’esperienza significativa per ripartire ancora.
Con piena fiducia mi faccio eco della parola del Nostro Signore riproposta con vigore dal Santo Padre: “Duc in altum! Prendete il largo e calate le reti!”.
L’avventura della Settimana della Fraternità ci darà basi più adatte per proseguire nell’attuazione del nostro progetto pastorale che si prefigge di rifondere il modello storico della nostra Chiesa.
Essa deve avere ben rimarcate le linee della Chiesa comunione e missione, casa e scuola di comunione, abilitata al mandato della nuova evangelizzazione.
Nella prima parte di questa lettera ho richiamato tre di queste connotazioni: la Chiesa è fatta da famiglie e persone, è chiamata ad andare verso tutti, è per radunare i dispersi come popolo di Dio.
L’essere, però, popolo di Dio, non è un fatto anagrafico, ma crescita che, pastoralmente, si sviluppa divenendo nuova fraternità in Cristo come popolo e come comunità piccole, a dimensione umana.


La Chiesa è chiamata a divenire
una nuova fraternità in Cristo


13.  La Chiesa, prima che istituzione con leggi, autorità e organizzazione sue, è l’insieme delle persone convocate da Dio per vivere una dimensione di fraternità, nuova per essere quella offerta da Cristo, e che ha le sue radici nelle relazioni divine interne alla Trinità Santissima.
E, di fatto, non siamo invitati ad essere buoni vicini, educati commensali, onesti cittadini come sono chiamati ad essere pure i pagani.
Gesù addita orizzonti impervi, alti.
Egli chiama i discepoli a modellarsi sulla perfezione del Padre Celeste che fa piovere sui giusti e sui peccatori.
In una parola, Gesù chiama alla santità da perseguire sulla strada dell’amore reciproco alimentato dall’esperienza dell’amore di Dio Padre.
Qui è la novità.

14.  Di fronte alla proposta della Settimana della Fraternità e delle future piccole comunità, qualcuno forse rimarrà sorpreso perché esse non sono strutturate come “cenacoli di preghiera” o incontri biblici.
Noi vogliamo rendere manifesto che la Chiesa è anzitutto l’insieme delle persone, che siamo noi, convocate dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo per vivere nell’orizzonte nuovo della fraternità.
Già con le iniziative mensili abbiamo lanciato questo messaggio.
Ogni mese, infatti, mediante la Lettera alle Famiglie siete stati convocati per fare esperienza di fraternità attorno al valore evangelico annunciato con lo slogan che ha fatto mostra di sé in vari modi, secondo le situazioni.
In qualcuna delle espressioni religiose tradizionali a noi tanto care siete stati invitati a compiere un gesto comunitario dentro o fuori delle mura della Chiesa parrocchiale o tempio.
Ogni volta meglio, abbiamo esperimentato e annunciato che la forza della nostra fede risiede soprattutto nella fraternità coltivata nella vita e nelle relazioni quotidiane, oltre che nelle adunanze liturgiche, di cui sono, insieme, causa ed effetto, sorgente ed espressione.
La proposta di vivere e annunziare la fraternità in forma popolare, semplice e coinvolgente continuerà sempre.
Pure se essa non giunge nelle profondità della persona, è indispensabile come primo passo, come porta di ingresso alla più profonda esperienza fondata, motivata e intrisa di fede, speranza e carità.
Spero che appaia chiaramente rinnovata l’immagine del sacerdote e del vescovo che non sono semplici celebranti di sacramenti ma fratelli tra fratelli e promotori della fraternità tra tutti in nome di Cristo.
Non mi sfugge naturalmente che resta molta strada innanzi a noi e che il passato coi suoi modelli ci ha dato una messe abbondante di bene e, insieme, ci condiziona non sempre positivamente.


Fraternità che si esprime,
oltre che nel popolo, nelle piccole comunità


15.  Di fronte alla parola “Chiesa”, immediatamente, vengono in mente l’edificio deputato al culto, il Papa, i vescovi, i sacerdoti. Questo automatismo ha le sue ragioni ma va corretto.
Il Concilio ci ha insegnato che la Chiesa è anzitutto “mistero”, cioè opera di Dio, e che è costituita dall’insieme dei battezzati, dal “popolo di Dio”.
Nella Chiesa, poi, per garantirne vita e missione, lo Spirito Santo suscita ed elargisce doni abbondanti.
Stando così le cose, risulta di tutta evidenza che la dignità scaturisce dal Battesimo e non dai ministeri e S. Agostino, coerentemente, sintetizzava col solito acume: vescovo per voi, con voi sono cristiano!
Per mezzo del Battesimo apparteniamo al popolo di Dio e, nello stesso tempo, siamo in cammino perché l’appartenenza divenga sempre più consapevole ed esplicita.
Il forte senso di appartenenza ci può rendere possibili scelte coerenti con la fede e capaci di superare il dramma della scissione tra Vangelo e vita sempre in agguato.
Crescere nella consapevolezza di appartenere al popolo di Dio è diritto del battezzato a cui corrisponde il dovere della Chiesa e del vescovo col suo presbiterio di sostenerlo.
Per crescere nel senso di appartenenza sono necessari almeno due livelli di esperienza: quello dell’insieme che fa “sentire” il battezzato parte del popolo e quello della piccola comunità che “motiva” l’appartenenza.
Con la pastorale della Moltitudine, negli ultimi anni, abbiamo avviato e, in qualche modo, consolidato, l’organizzazione che rende possibile l’esperienza a livello di popolo.
Ora è giunto il tempo di dare vita anche all’esperienza delle piccole comunità.

16.  Su tali piccole comunità che, sono convinto, qualificheranno la nostra Chiesa di Patti, occorre insistere.
Prima o poi, in un modo o in un altro, tutti ci interroghiamo sul senso del mondo e della vita. La  domanda va, inevitabilmente, a toccare la sfera religiosa dalla  quale si spera una risposta.
Lo spazio dove porre la domanda e cercare la risposta, non intellettuale ma esistenziale, non può che essere la comunità di fede.
Non la comunità grande, inevitabilmente anonima, ma quella a misura umana, che renda possibili relazioni più profonde, di qualità, fondate su fede, speranza e carità.
Non quella dispersiva nella quale che la singola persona sia o no presente conta poco e punto ma quella che renda fattibile il dialogo, apprezzabile il confronto delle esperienze, concreto il misurarsi con il Vangelo.
Comunità a dimensioni umane, che, come i cristiani dell’epoca apostolica, si ritrova nelle case, per ascoltare la parola di Dio, pregare insieme, celebrare la vita e impegnarsi nella dilatazione del Regno di Dio con le sue esigenze di verità, vita, santità, grazia, giustizia, amore e pace.
Nelle case, e non in luoghi di culto, perché il Vangelo, per natura sua tende a incarnarsi, nella vita dei popoli e delle singole persone.
Abbiamo bisogno di dare questo messaggio a tutti.
Non possiamo tacere, non possiamo darci pace, ne siamo impediti dall’amore di Cristo che urge dentro di noi.
Il Vangelo non è codice religioso riguardante la sfera privata dei benintenzionati, ma speranza dell’umanità.
Il Vangelo è dinamismo vitale che, immesso nelle vicende umane, le redime dal di dentro immettendovi la logica dell’amore, l’unica forma di civiltà che possa assicurare al mondo un futuro degno dell’uomo.
Allora la convivenza sociale diviene profondamente umana perché profondamente divina.
Queste comunità di vicini intendono esprimere, in piccolo, ciò che è la Chiesa.
Vogliono offrire spazio e opportunità di stare insieme, di migliorare i rapporti sociali, di fare della vicinanza motivo di aiuto reciproco e, soprattutto, concreta possibilità per seguire insieme Gesù nella ricerca comunitaria di ciò che Egli vuole, nell’impegno comune di fare la sua volontà nella vita quotidiana, nella gioia di crescere insieme nella fede.

Vai alla pagina precedente

Vai alla pagina successiva



Check here for che and related to della
Secure FTP on the planet FREE Go FTP Program